AIFI Associazione Italiana Fisioterapisti Regione Veneto
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La risposta di Oscar Casonato a Marcello Camuzzi

di Oscar Casonato

Oderzo, 22 settembre 2007

Caro Marcello,
prima di tutto ti ringrazio per la riflessione che hai voluto condividere con tutti, nel sito dell'AIFI Veneto.
Approvo molto di quello che hai scritto ma soprattutto lo apprezzo perché dalle tue parole traspare quel sano orgoglio professionale che dovrebbe caratterizzare tutti i fisioterapisti italiani.

Senza dubbio la parola "preistorica" è un po' provocatoria, ma ho voluto utilizzare questo termine per scuotere un po' le coscienze dei colleghi italiani.
Come dici tu, se confrontiamo l'attuale formazione universitaria del fisioterapista rispetto a 20 anni fa, non possiamo che essere soddisfatti degli enormi progressi che abbiamo fatto.
I dati che tu citi sono davvero confortanti.
Però, a causa del mio stile, ho l'abitudine di guardare alle realtà più avanzate presenti nel mondo e quando guardo alla realtà statunitense o australiana, non posso che cogliere un certo divario rispetto alla realtà italiana.

A mio avviso, ci sono delle criticità nel sistema formativo universitario che non possiamo più tollerare e su cui dovremmo fare uno sforzo collettivo per superarle.
Gli aspetti su cui bisogna porre maggiore attenzione, a parer mio, sono i seguenti:

  1. Scarsa produzione scientifica: nelle riviste scientifiche internazionali ci sono pochissimi articoli pubblicati dai docenti universitari italiani, diversamente da quello che fanno i docenti olandesi, australiani e americani. Non solo il numero dei lavori scientifici inviati a Scienza Riabilitativa (la rivista scientifica dell'A.I.FI.) è bassissimo rispetto al numero di docenti e di colleghi presenti in Italia (si stima circa 50.000) e sovente non sono di buona qualità. Eppure oggi ci sono diversi terapisti didattici a tempo pieno che, come succede negli altri paesi più avanzati, avrebbero il compito di implementare le conoscenze oltre a quello dell'insegnamento. Siamo poi così sicuri che servono sempre dei soldi per fare ricerca e quindi delle pubblicazioni? Personalmente ho pubblicato alcuni articoli su Scienza Riabilitativa e un paio di articoli su riviste internazionali, senza aver speso un euro. L'unica spesa che ho avuto è stata quella del tempo, che ho sottratto alla famiglia e al tempo libero.
  2. La selezione dei docenti universitari: nei corsi di laurea di molte università, la selezione delle docenze esterne avviene non per merito ma per "rapporto di lavoro". Della serie, se sei un dipendente pubblico vinci di sicuro il concorso per l'insegnamento bandito, se sei un libero professionista non hai alcuna possibilità di vincere (parlo anche per esperienza personale). Il dipendente pubblico infatti viene pagato meno rispetto al libero professionista e quindi l'università preferisce selezionare i "costi minori" senza tener conto del livello di formazione, dei titoli e dell'esperienza del professionista. Non sono a conoscenza di come siano stati selezionati i coordinatori dei corsi di laurea; di alcuni che conosco ho una sincera stima ma di altri, francamente, credo che siano persone collocate nel posto sbagliato! E tutto questo non dovrebbe farci gridare allo scandalo, invece di starcene zitti a subire questo squallore?
  3. Qualità del tirocinio: la maggior parte dei tirocini clinici (60 crediti) vengono svolti nelle strutture ospedaliere. Questo certamente è un aspetto importante per la formazione clinica, ma non sono sempre così sicuro della qualità di questi tirocini? Pongo questa riflessione. La legge italiana ha riconosciuto lo status di professionista al fisioterapista. Io, da libero professionista ricevo i pazienti sia direttamente che attraverso la prescrizione medica. Questo significa che con il paziente effettuo una diagnosi funzionale, invio il paziente dal medico se vi è l'indicazione (diagnosi differenziale), stabilisco il piano di trattamento (quante e quali terapie somministrare), eseguo il trattamento, verifico l'efficacia delle terapie, valuto costantemente l'andamento del paziente e decido quindi quando interrompere il trattamento e quando stabilire i follow-up, ricevo i rappresentanti delle terapie fisiche (e altro materiale sanitario) e decido quale comprare, collaboro con i medici e i famigliari. La mia domanda a questo punto è: come può uno studente imparare ad essere un professionista, quando notoriamente si sa che il fisioterapista dipendente non può godere di una totale autonomia professionale e spesso viene relegato al ruolo di tecnico? In Australia le prescrizioni mediche dei pazienti che vengono inviati alla fisioterapia ospedaliera sono di "physiotherapy consultation", lasciando quindi al fisioterapista la totale gestione del paziente, compreso il rinvio dello stesso paziente al medico, se non vi è alcuna indicazione alla fisioterapia. Questa sì che è autonomia professionale! I colleghi che seguono i tirocinanti hanno sempre una reale competenza clinica da trasmettere ai discenti?
  4. Gerarchia e qualifiche dei docenti: il fatto di non avere un fisioterapista come presidente del corso di laurea e altri fisioterapisti col titolo di professore associato o col dottorato di ricerca indica comunque che siamo in forte ritardo rispetto alla realtà americana, dove i primi dottorati di ricerca sono stati conseguiti dai fisioterapisti all'inizio degli anni '70. Questo significa inoltre che i fisioterapisti, in ambito universitario, contano ancora poco. Non abbiamo ancora un "peso" significativo all'interno dell'accademia per poter governare al meglio i percorsi formativi. Questo spiega anche perché in Italia i fisioterapisti docenti fanno poca ricerca e solo pochi colleghi pubblicano dei lavori.
  5. Strumenti tecnologici: non mi risulta a parte rare eccezioni (spero però di sbagliarmi) che il corpo docente dei corsi di laurea possa avere l'accesso alle banche dati on-line per recuperare gli articoli, dal proprio personal computer. Per i colleghi docenti che devono preparare delle lezioni aggiornate e produrre materiale scientifico questo strumento è essenziale.

Ora volendo fare un'analisi politica della situazione, credo che una delle cose più importanti da fare sia agire politicamente attraverso l'A.I.FI., per rivendicare, presso il Ministero dell'Università, la presidenza dei corsi di laurea e la creazione di alcuni posti di professore per i corsi di laurea in fisioterapia. Tale azione dovrebbe essere svolta in sinergia con tutte le professioni sanitarie (visto che il problema è comune) e il corpo docente universitario.

Non solo, i neo laureati magistrali, interessati alla docenza universitaria, dovrebbero cominciare ad attivarsi all'interno dell'università per conseguire il dottorato di ricerca e aprire finalmente anche questa strada. Tutto questo ci permetterebbe di implementare notevolmente lo spessore scientifico della fisioterapia e ci permetterebbe di essere riconosciuti con più facilità dal mondo accademico, sociale, medico nonché dalla comunità scientifica internazionale di cui facciamo parte.

Per concludere, non posso che condividere le parole di Marcello quando dice che dobbiamo tutti impegnarci a fondo per migliorare la qualità della nostra didattica, ma questo non significa che alcune realtà, tipo quella americana, non abbiano già raggiunto degli standard formativi di alto livello, che per noi rappresentano quindi un modello a cui fare riferimento.

Dott. Oscar Casonato
Professore a contratto Università degli Studi di Padova
Fisioterapista
Master in Riabilitazione dei Disordini Muscoloscheletrici
Orthopaedic Manipulative Therapist (IFOMT)

P.S. Scusate se sono stato ancora provocatorio, ma la critica vuole essere assolutamente costruttiva.


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